lunedì 24 luglio 2017

RISOTTO CON PORRI E SALSICCIA



RISOTTO CON PORRI E SALSICCIA


Ingredienti
250 gr di riso, 
2 porri, 
2 salsicce fresche, 
cipolla, 
vino rosso, 
sale, 
pepe, 
brodo delicato. 

Come ingredienti di classe si potrebbero utilizzare la Salsiccia di Bra e il Porro di Cervere.


Preparazione
Soffriggere la cipolla ed il porro tagliato a rondelle. Lasciar cucinare il porro per una decina di minuti aggiungendo del brodo caldo. Quando il porro è abbastanza cotto aggiungere la salsiccia privata della pelle e schiacciata con forchetta. Sfumare con il vino rosso. Quando la salsiccia è ben dorata, aggiungere il riso, farlo tostare e quindi proseguire la cottura aggiungendo del brodo caldo per circa 20 minuti, fino a quando il riso non sarà giunto a cottura. Procedere quindi alla mantecatura con burro e formaggio parmigiano grattugiato.





Variante piccante

Mondare e tagliare a rondelle i porri e farli appassire in olio extravergine d’oliva. Aggiungere la salsiccia sminuzzata e il peperoncino. Versare mezzo bicchiere di vino bianco e alzare la fiamma per far evaporare l’alcol. Quindi abbassare nuovamente il fuoco e regolare di sale e di pepe.
Far tostare il riso nella salsa di porri e salsicce. Aggiungere due mestoli di brodo e, quando sarà stato assorbito dal riso, aggiungerne di volta in volta altro fino a portare a cottura completa il risotto. A cottura ultimata del risotto spegnere la fiamma e far riposare per un paio di minuti.
Servire con una spolverare di parmigiano e pecorino grattugiato e terminare dando una punta di colore con il prezzemolo tritato e, per gli amanti della paprica, un po’ di rosso non guasterà.

domenica 23 luglio 2017

RAGU' ALLA SALSICCIA DI BRA



La Salsiccia di Bra è un prodotto tradizionale della salumeria braidese.
In Piemonte la produzione di salciccia - o salsiccia secondo la dizione popolare che si rifà al dialetto - è assai variegata a seconda delle tradizioni e delle abitudini alimentari locali.

Una delle più pregiate e singolari è quella di Bra, preparata con carni magre di bovino e pancetta di suino.
Un tempo veniva preparata solo con carne bovina, poichè nel vicino comune di Cherasco esisteva un importante comunità ebraica, che si approvvigionava presso il mercato braidese ed esigeva insaccati senza carne suina. Questa tradizione pare sia stata ufficializzata da un Regio Decreto, emanato a seguito dello Statuto Albertino, che autorizzava i macellai di Bra a utilizzare carne bovina nella preparazione della salciccia fresca, unico caso in Italia, proibendo all'epoca la produzione di salsiccce bovine in tutto il territorio.

INGREDIENTI:
500gr di salsiccia di Bra
400gr di passa di pomodoro
1 cipolla di Tropea
1/2 carota
1/2 gambo di sedano
1/2 bicchiere di vino rosso (Barbera)
Triplo concentrato di pomodoro
Olio
Sale
Pepe

PREPARAZIONE:

Sarebbe preferibile l'utilizzo di una pentola tipo sughiera, io utilizzo quella della Ballerini perchè perfetta come dimensioni e utilizzo.




Versare 3 cucchiai di olio e fare scaldare.
Tritare finimente la cipolla, la carota e il sedano.
Metteteli nella pentola con l'olio caldo e lasciate rosolare per 5 minuti.
Intanto preparate la salsiccia battendola col coltello per separare i pezzi, se trovate la pasta dal macellaio è meglio altrimenti dovrete aprire la pelle ed eliminarla.
Mettete la salsiccia nella pentola e lasciate rosolare 5 minuti mescolando sovente.



Aggiungete il vino e cuocete per circa 10 minuti.
 
















Aggiungete il concentrato di pomodoro (un cucchiaio) sale e pepe, mescolate bene.
Aggiungete la passata di pomodoro e lasciate cuocere per circa 3 ore mescolando ogni tanto. Se si asciuga aggiungete acqua.


















Alla fine dovrà risultare un ragù non acquoso, ma nemmeno troppo asciutto: regolare di sale e pepe (se necessario) e spegnere.
Unire un filo d’olio a crudo e mescolare.
Mettere il coperchio e far riposare 15 minuti a fuoco spento.

Ottimo per preparare una lasagna dal gusto eccezionale o sulla pasta tipo tagliatelle o pappardelle.

RISOTTO AL CASTELMAGNO CON SALSA AL VINO ROSSO





Ingredienti per 4 persone:
320 g di riso (carnaroli o arborio)
1 l di brodo delicato
30 g di cipolla
1 bicchiere di vino bianco secco
60 g di formaggio Castelmagno  
100 g di burro  
Sale e pepe

Per 1 dl di salsa al vino rosso
2 scalogni,
4 dl di vino rosso,
1 dl di fondo bruno
20 g di burro
Sale e pepe.

Preparazione

in una casseruola preparate un fondo di burro, olio e cipolla tritata, lasciate imbiondire quest’ultima, quindi versate il riso.
Lasciatelo tostare per un paio di minuti continuando a mescolare con un mestolo di legno, versate poi il vino, lasciate evaporare e cominciate a versare il brodo caldo poco per volta continuando a mescolare.
Portate a cottura aggiungendo poco alla volta il brodo; nei minuti finali regolate di sale e pepe, quindi quando il riso sarà cotto “al dente”, spegnete il fornello e aggiungete burro e Castelmagno mescolando energicamente.
Questa fase, detta della mantecatura, fa si che il riso appaia delicatamente cremoso.
Per la salsa fate soffriggere lo scalogno con poco burro, bagnate con il vino rosso, lasciate evaporare quasi completamente, quindi aggiungete il fondo bruno, lasciate ridurre ancora per un minuto infine levate dal fuoco, filtrate ed emulsionate con una frusta il restante burro. 



Variante salsa al vino rosso
Per fare la salsa al vino rosso basta mettere un bel bicchiere di vino rosso corposo in un pentolino con un cucchiaio di zucchero.
Una volta ridotto del 50 per cento aggiungere una punta di farina, senza glutine se se si e’ celiaci e mescolare bene in modo che la farina rapprenda bene.

sabato 22 luglio 2017

THE VENOMOUS WORLD: ANIMALI VARI

In questa puntata tratteremo un insieme misto di animali velenosi, questi animali difficilmente producono un veleno realmente pericoloso o mortale per l'uomo.

SCORPIONI
Delle più di 1050 specie di Scorpioni solo poche sono velenose per l'uomo.

Scorpione Giallo
Nome scientifico Leiurus quinquestriatus detto anche assalitore della morte vive nei deserti israeliani e produce il veleno di scorpione più potente al mondo.
Questi scorpioni sono responsabili di molte morti, anche se generalmente questi animali non sono in grado di inoculare il veleno sufficente per uccidere un uomo adulto sano, difatti la maggior parte delle morti avviene tra bambini, anziani e malati.
A meno che non siano disturbati sono generalmente timidi e fuggono, usano il loro veleno solo per uccidere una preda, e normalmente quando riescono a bloccarla con i loro artigli.

Altri scorpioni velenosi sono il Mesobuthus Eupeus che vive in Iran, il Tityus Serrulatus che vive in Brasile, il Centruroides Exilicauda che vive nel sud degli USA, tutti velenosi, ma difficilmente mortali per l'uomo.

LUCERTOLE
Esistono delle lucertole che producono veleno e lo utilizzano per catturare le prede, non sono pericolose per l'uomo.

Gila Heloderma Suspectum
Vive in alcune zone degli Stati Uniti, utilizza il veleno per difendersi e l'apparato velenifero si trova nella mandibola inferiore. La sua parente più stretta è la Heloderma horridum anche velenosa, le manifestazioni cliniche più frequenti sono: debolezza, sudorazione, sete, mal di testa, tinnito, raramente si può verificare un collasso cardiovascolare che in persone con problemi di cuore può risultare letale.

UCCELLI
Esiste anche una specie di uccelli velenosi che appartengono alla famiglia dei Pitohui.

Pitohui Dichrous
Questo passeraceo ha una concentrazione di una tossina chiamata omobatracotossina (che troveremo di nuovo in un successivo articolo) soprattutto sulla cute e sulle piume.
Probabilmente la presenza di questa tossina è dovuta alla sua alimentazione.
Questa tipologia di uccello vive nella Nuova Guinea.
Altri uccelli della stessa famiglia che producono la stessa tossina, in quantità inferiore, sono il Pitohui Kirhocephalus, il Pitohui Ferrugineus, il Pitohui Cristatus, il Pitohui Nigrescenes.
Un altro uccello sempre della Nuova Guinea in cui sono state trovate tracce di questa tossina è l'Ifrita di Kowald.

ARTROPOIDI
Gli artropoidi sono più conosciuti con i loro nomi normali quali api, calabroni, vespe e formiche.

Una ricerca effettuata negli Stati Uniti ha determinato che le punture di artropoidi causano 4 volte più morti dei serpenti velenosi. Ogni anno milioni di persone subiscono lesioni da punture, circa 25.000 sono lesioni gravi e circa 30 sono letali.
Una persona normale può tollerare, in media, una ventina di punture per ogni chilo di peso corporeo, un adulto può tollerare fino a 1000 punture totali, un bambino fino a 500.

Tuttavia anche una sola puntura può provocare una reazione anafilattica con esito fatale, in una persona ipertesa; più spesso, le reazioni ai componenti del veleno, si manifestano clinicamente con l'anafilassi dopo 50 - 100 punture. Le punture di insetti provocano una rapida progressione degli effetti tossici.
Le formiche rosse, responsabili di circa 2000 punture all'anno vedono nella peggiore la Solenopsis Invicta, il cui veleno ha proprietà emolitiche e citolitiche, vive negli USA.



Questa panoramica su varie specie animali velenose, ma difficilmente mortali, anticipa quello che sarà uno dei più interessanti capitoli inerente al mondo degli animali velenosi, la prossima puntata difatti parleremo dei serpenti.
Alla prossima...

sabato 9 marzo 2013

CAEROSTRIS DARWINI: Il ragno che produce la ragnatela più resistente al mondo

Questo ragno è stato scoperto nel 2009 nel Andasibe-Mantadia National Park situato nel Madagascar.



costruirebbe una delle ragnatele più ampie conosciute, sospesa tra una sponda e l’altra di fiumi e laghi del Madagascar. Per realizzare un’impresa simile, pare che i ragni utilizzino una seta con una resistenza e un’elasticità mai rilevata fino ad ora, perfino più resistente di qualsiasi altro materiale biologico o artificiale conosciuto.
La capacità dei ragni di produrre la seta e di modellarla in strutture come le ragnatele ha rappresentato un fattore chiave nel loro successo evolutivo. Questa proteina complessa, costituita principalmente dagli amminoacidi glicina, alanina e serina, viene emessa da vari gruppi di ghiandole, presenti nella sezione posteriore dell’animale (opistosoma), sotto forma di liquido idrosolubile che una volta a contatto con l’ambiente esterno si trasforma in un filo insolubile, causando l’aumento fino a dieci volte del suo peso molecolare. Per tale ragione, fino ad oggi, si riteneva che la seta avesse caratteristiche di resistenza simili al nylon e il doppio della sua elasticità, ma la scoperta porterebbe ad una riconsiderazione delle proprietà di questo materiale assolutamente naturale.
Il team internazionale che ha condotto la ricerca è composto da scienziati provenienti da diverse università del mondo, tra cui Ingi Agnarsoon, direttore del Museo di Zoologia dell’Università di Puerto Rico, Matjaž Kuntner, responsabile dell’Istituto di Biologia presso il Centro di Ricerca Scientifica e della Slovenian Academy of Sciences and Arts, e Todd Blackledge, Professore Associato di Biologia all’Università di Akron (USA). Nello studio pubblicato sul Journal of Arachnology, Kuntner e Agnarsson si avvalgono dei dati morfologici e genetici per dimostrare l’appartenenza del ragno, denominato Caerostris darwini, a una specie del tutto nuova per la scienza e per descrivere le caratteristiche uniche della ragnatela e dell’habitat. Il C. darwini, chiamato così in onore dei 200 anni dalla nascita di Charles Darwin, e precisamente 150 anni dopo la sua pubblicazione “On the Origin of Species”, è in grado di costruire una delle più ampie ragnatele orbicolari (ovvero le reti con la caratteristica forma circolare) e di tenerla in sospeso tra le sponde dei fiumi e dei laghi, ampliandola sui corsi d’acqua fino a 25 metri di larghezza.



Nell’articolo pubblicato simultaneamente sul giornale web PLoS ONE, Kuntner, Agnarsson e Blackledge si soffermano sull’analisi delle proprietà del nuovo tipo di seta, ipotizzando che l’eccezionale estensione della ragnatela sia legata alla tessitura di una seta con caratteristiche uniche. Gli scienziati hanno dimostrato la loro ipotesi scoprendo che la seta di C. darwini combina un’alta resistenza con una forte elasticità, perché capace di assorbire 3 volte di più l’energia prima di rompersi. La seta di C. darwini, inoltre, si dimostra circa il 100% più resistente di ogni altra seta conosciuta, meritando il titolo di materiale biologico più resistente al mondo.
Il team di scienziati, grazie ad una borsa di studio della National Geographic Society, è attualmente impegnato nella ricerca delle origini di C. darwini e del perché questa specie si sia evoluta con ragnatele e con una seta dalle caratteristiche uniche. Secondo Agnarsson gli antenati di C. darwini sono stati capaci di occupare nuove nicchie combinando la costruzione di nuovi tipi di ragnatele e nuove qualità di seta.

LINK articolo

sabato 2 marzo 2013

LO STRANO SILENZIO DELL'UNIVERSO: perchè non abbiamo ancora incontrato E.T.


Dopo cinquant'anni di ricerche, ancora nessun segnale da ipotetiche civiltà extraterrestri. Dal paradosso di Fermi all'equazione di Drake fino alla teoria del multiverso, tutte le possibili spiegazioni della scienza allo "strano silenzio" dell'universo.





Il primo a porre seriamente la questione fu l’italiano Enrico Fermi: “Se gli extraterrestri esistono, dove sono tutti quanti?”. Una domanda posta ai colleghi fisici in una pausa pranzo ai laboratori di Los Alamos, dove si lavorava al programma nucleare americano: era la fine degli anni ’40 e si cominciava a parlare di UFO. Gli scienziati atomici discussero della questione, concludendo che i dischi volanti potevano essere difficilmente ricondotti all’attività di intelligenze aliene. Ma da buoni scienziati, Fermi e i suoi colleghi si posero il problema di capire se, almeno teoricamente, l’universo potesse ospitare civiltà extraterrestri. E qui nacque il cosiddetto paradosso di Fermi: se l’universo esiste da quasi 15 miliardi di anni, dovrebbe avere avuto tutto il tempo per permettere la nascita e l’evoluzione di numerosissime civiltà extraterrestri; ma, in tal caso, perché ancora non ci hanno fatto visita? Il tempo per lanciarsi in lunghissime crociere spaziali lo avrebbero avuto. Ci si aspetterebbe di affacciarsi su un universo brulicante di vita intelligente. Invece niente.
Sull’argomento torna ora uno dei più eminenti astrofisici viventi, Paul Davies, brillante divulgatore i cui libri sono stati pubblicati con successo anche in Italia. Edito nel 2010, il suo volume The Eerie Silence (“Un misterioso silenzio”) uscirà il mese prossimo anche da noi, col titolo Uno strano silenzio (Codice Edizioni). Il titolo, emblematico, è quasi una parafrasi del paradosso di Fermi. Quando, poco più di cinquant’anni fa, due astronomi proposero di ascoltare le onde radio provenienti dallo spazio per verificare se tra esse ci fossero segnali intelligenti, molti si aspettavano di intercettare subito un vero e proprio brulicare di comunicazioni tra stelle e pianeti. Invece, dopo decenni di ascolto, finora non abbiamo trovato nulla. Non solo gli extraterrestri non si vedono, ma non si sentono neanche.

Un’equazione per contare le civiltà extraterrestri
Eppure, alcuni importanti scienziati e divulgatori si sono messi a calcolare le probabilità che la vita intelligente si sia sviluppata altrove, nella nostra galassia e nel nostro universo; e ne sono uscite soluzioni interessanti. La più famosa è nota come “equazione di Drake” ed è stata concepita dall’astronomo americano Frank Drake nel 1961. Invitato a parlare a una conferenza sulle probabilità di vita nell’universo, Drake decise di trattare la questione affrontandola per punti: ma poiché, da buon scienziato, aveva una mente matematica, i punti della discussione vennero sintetizzati in un’equazione che è la seguente:
N=R*fpneflfifcL
Niente panico! Si tratta infatti di un’equazione nata “per gioco”: N rappresenta il numero di civiltà extraterrestri nella galassia che sono in grado di comunicare con noi. Questo valore è dato dai fattori R*, che rappresenta il tasso di formazione stellare nella nostra galassia; fp ossia la percentuale di stelle che possiedono pianeti; ne, cioè il numero di pianeti orbitanti intorno a una stella capaci di ospitare la vita; fl che indica la percentuale dei pianeti di ne dove la vita si è evoluta; fi che sta a indicare la percentuale di fl dove si è evoluta la vita intelligente; fc ,vale a dire la percentuale di fi dove si è sviluppata una tecnologia che permetta le comunicazioni radio; e infine L, la durata media di una civiltà che sia in grado di comunicare con altre sparse nella galassia.

Il numero di pianeti
 della nostra galassia
 in cui è in essere una
 civiltà tecnologica è
 di circa 530.000

Isaac Asimov, 1979 


Se ora pensate di avere tutti i dati per calcolare il numero di civiltà extraterrestri con cui entrare in comunicazione, vi sbagliate di grosso. Di fatto, conosciamo con esattezza un solo termine, il primo. Per gli altri, tiriamo a indovinare (o quasi). Fino alla metà degli anni ’90, per esempio, non avevamo alcuna certezza che le altre stelle possedessero intorno a sé dei pianeti, come nel nostro sistema solare. Lo ipotizzavamo, sia per modestia – perché il nostro sistema solare dovrebbe essere unico? – sia perché le teorie sulla formazione del nostro sistema planetario sembravano adattarsi bene anche alle altre stelle. Ma “vedere” pianeti extrasolari non è semplice: nemmeno oggi li vediamo direttamente, ma strumenti di rilevamento più potenti e importanti programmi d’osservazione dallo spazio ci hanno permesso di individuare centinaia di pianeti extrasolari, alcuni più grandi di Giove, ma altri simili alla Terra. Insomma, fp è un numero molto grande: sembra che la stragrande maggioranza delle stelle, tutto sommato, abbia il suo contorno di pianeti.
Il problema successivo, però, è molto più complesso: è possibile che su quei pianeti si sviluppi la vita? Teoricamente, la vita come la conosciamo ha bisogno solo di due cose: ossigeno e acqua allo stato liquido. Probabilmente, possono esistere forme di vita che sguazzano in ambienti per noi invivibili; ma non prendiamoli in considerazione. Pianeti con queste caratteristiche sembrano esistore a bizzeffe. Questo vuol dire che su di essi si sviluppi inevitabilmente la vita? No. In realtà, molti scienziati ritengono che la nascita della vita complessa – e poi intelligente – sulla Terra sia un evento quasi fortuito. La possibilità che quest’eventualità si ripeta altrove è molto scarsa; ma poiché stiamo parlando di grandi numeri, non è una probabilità nulla. Qui però entriamo nel campo delle mere ipotesi.
Qualcuno molto qualificato ha tuttavia provato a riempire la formula di Drake con numeri reali. L’astronomo americano Carl Sagan, nella famosa trasmissione televisiva da lui condotta, Cosmos (una sorta di “Quark” made in Usa), propendeva per il pessimismo, giungendo a calcolare non più di 10 civiltà aliene con le quali potremmo in questo momento entrare in contatto, se ne avessimo i mezzi. Un calcolo più ottimistico è stato compiuto dal famoso scrittore di fantascienza e grande divulgatore Isaac Asimov: nel suo saggio Civiltà extraterrestri (1979), un classico sull’argomento, ancora attualissimo nonostante la ricerca abbia fatto enormi passi avanti, Asimov stimava per il termine “N” di Drake un numero enorme: 530.000 civiltà intelligenti sarebbero presenti nella galassia in questo stesso momento. Ma resta allora la domanda: dove sono tutte quante?

Ascoltare l’universo in cerca di un segnale
Ipotizziamo che il limite della velocità luce (o di quella dei neutrini…) non sia valicabile in nessun modo. È stato calcolato che una civiltà intelligente, anche viaggiando molto al di sotto della velocità della luce, impiegherebbe meno di dieci milioni di anni per visitare l’intera galassia: una frazione trascurabile rispetto ai miliardi di anni di vita della Via Lattea. Eppure, non abbiamo ancora tracce di visite extraterrestri, volendo escludere gli UFO. Non ci resta che provare ad ascoltare il cielo per intercettare eventuali segnali intelligenti. Non è necessario produrli con consapevolezza: le onde elettromagnetiche viaggiano nel vuoto cosmico alla velocità della luce a bassissima energia e le normali trasmissioni televisive possono arrivare ad anni-luce di distanza. Così come gi abitanti di Epsilon Eridani dovrebbero poter intercettare in questo momento le immagini dell’11 settembre 2001 (la stella in questione è a circa 10 anni-luce dalla Terra), così noi dovremmo riuscire a captare le loro canzoni trasmesse in modulazione di frequenza o le immagini di un quiz televisivo alieno.

L’universo delle radiofrequenze, tuttavia, è immenso. Dove cercare con esattezza? Non basta infatti puntare i radiotelescopi verso stelle specifiche, ma cercare questi segnali intelligenti all’interno di frequenze ben precise. Alla fine degli anni ’50 sulla rivista Nature gli astronomi Giuseppe Conconi e Philips Morrison proposero di cercare sulla frequenza 1420 MHz, che corrisponde a una lunghezza d’onda di21 centimetri. È la frequenza d’emissione dell’idrogeno, l’elemento più comune dell’universo. Un’altra possibilità è la frequenza di 1665 MHz, a una lunghezza d’onda di 18 centimetri: la frequenza d’emissione dell’ossidrile. Perché? Perché unendo idrogeno e ossidrile viene fuori l’acqua, che riteniamo essere la base della vita nell’universo. Se una civiltà extraterrestre volesse farsi riconoscere, riteniamo che dovrebbe farlo in questa “finestra” d’emissione nota come “water hole”. Un termine che rimanda all’immagine di una pozza d’acqua nel deserto sterile del nostro cosmo, ma che vuol dire anche “buco nell’acqua”.

Alcune soluzioni al paradosso di Fermi

Il fisico e cosmologo inglese Paul Davies


In effetti, molti temono che il progetto SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence), che si barcamena tra croniche mancanze di fondi e inevitabile scetticismo, si concluda con un buco nell’acqua. Dopo cinquant’anni d’ascolto, da quel “water hole” non è uscito fuori nessun segnale intelligente. È per questo che il fisico Paul Davies ha parlato di uno “strano silenzio”. Nel suo libro, avanza alcune ipotesi in proposito. Per esempio, la maggior parte delle civiltà intelligenti nell’universo potrebbero essere così diverse da noi da non essere interessate alla comunicazione interstellare. Fondamentalmente, il cosmo brulicherebbe di alieni con i quali non varrebbe la pena scambiare quattro chiacchiere. Ma un’altra spiegazione è ancora più inquietante e riporta all’ultimo fattore dell’equazione di Drake, “L”: la durata media di vita di una civiltà intelligente. Chi dice che siamo destinati a vivere in eterno, o comunque a perdurare per un bel pezzo? Forse, stiamo procedendo speditamente verso l’autodistruzione. Una tesi condivisa da Drake e da Asimov, e in parte anche da Davies: forse le civiltà intelligenti sono votate all’autodistruzione entro poche centinaia d’anni. Per questo, non c’è abbastanza tempo per stabilire una comunicazione. E allora, il silenzio dell’universo diventa davvero inquietante, come suggerisce il titolo inglese del libro.
C’è anche una soluzione ottimistica all’onnipresente paradosso di Fermi, che lascia un po’ spazio alla fantascienza: forse, come in Star Trek, le civiltà davvero intelligenti (a differenza nostra) della galassia sono confederate in una grande ONU spaziale e vigilano sulle specie che si stanno gradualmente affacciando all’universo, come la razza umana. Appena saremo degni, usciranno allo scoperto proponendoci di aderire al loro ristretto club interstellare. È una tesi che affascina anche Davies. Ma il più grande fisico teorico oggi vivente, l’inglese Stephen Hawking, non la pensa allo stesso modo. Hawking ha a più riprese messo in guardia da potenziali civiltà extraterrestri che potremo scoprire: “Il contatto con la vita aliena potrebbe essere disastroso per la razza umana”. Dopo tutto, potrebbero comportarsi come gli europei quando giunsero per la prima volta in America: come le civiltà precolombiane di allora, anche la nostra razza potrebbe estinguersi sotto il peso schiacciante della superiorità tecnologica dell’invasore. Secondo Hawking, quindi, anche se gli alieni quasi certamente ci sono, è meglio non incontrarli.
Una teoria ancora più avanzata prende spunto da quella che è oggi una delle più affascinanti tesi cosmologiche: quella del multiverso. Il nostro universo non sarebbe che uno degli infiniti universi esistenti. Questa bizzarra ipotesi è in realtà oggi accettata da un numero crescente di scienziati perché spiegherebbe alcune curiose coincidenze del nostro universo. Le costanti fondamentali che regolano il cosmo sono infatti assai particolari: se differissero di meno dell’1% dal valore che possiedono, la vita come la conosciamo non si sarebbe potuta evolvere. Questa strana coincidenza è stata spiegata con diverse teorie, tra cui il controverso “principio antropico” di John Barrow e Frank Tipler che, nella sua forma estrema, sostiene che l’universo è così perché fin dalla sua nascita era previsto che desse vita alla razza umana. Egoismo antropocentrico? Forse, ma la teoria regge. In questo caso, non potrebbero esistere nel nostro universo altre civiltà. Ma se il nostro fosse solo uno dei tanti universi, non solo verrebbe a cadere l’antropocentrismo implicito nel ragionamento di Barrow e Tipler, ma si spiegherebbero meglio queste coincidenze e sarebbe possibile immaginare infinite civiltà extraterrestri, ciascuna dominante nel suo universo confezionato “su misura”. Peccato che non potremo mai entrare in contatto con loro.
Certo, esiste anche un’ultima soluzione. È quella di Fermi o di Stephen Webb, che all’argomento ha dedicato un libro definitivo: Se l’universo brulica di alieni… dove sono tutti quanti? Webb propone 49 soluzioni al quesito, riservandosi una cinquantesima per sé: la peggiore. Siamo davvero soli e l’universo, per citare Carl Sagan, non è che un enorme spreco di spazio.